Chiunque segua la saga di Jurassic Park e Jurassic World si è imbattuto in un paradosso curioso: il pubblico dice di amare i dinosauri ma protesta non appena si propone di rappresentarli in modo più accurato, spesso tirando fuori la giustificazione che, in fondo, sono tutti ibridi. Con Jurassic World – La rinascita, si è visto un rifiuto netto verso i mutanti e gli ibridi come mai prima, pur essendo un tipo di creatura già presente nei capitoli precedenti. Questo doppio standard rende il paradosso ancora più interessante.
PREMESSA IMPORTANTE: Jurassic World – La rinascita per me si merita una sufficienza stiracchiata. Ci sono spunti interessanti, ma anche molte scelte ingiustificabili. Ne parlerò meglio in live con gli amici di Monster Movie, Jurassic Park Italia e DiceNDinosaur. A ispirarmi a scrivere questo articolo sono state invece molte delle reazioni alle creature del film, oltre a un reel di Sicitalian che, pur parlando di Barbie, mostra quanto lo status quo bias condizioni la percezione di icone culturali. Mi sono quindi chiesto: questo meccanismo funziona anche con i dinosauri?
Lo status quo bias è un fenomeno studiato da Samuelson e Zeckhauser nel 1988 che descrive la tendenza delle persone ad essere restie al cambiamento, anche quando esistono alternative migliori. Non è solo abitudine: è un meccanismo che si innesca per paura dei rischi, per pigrizia cognitiva o per attaccamento emotivo. Cambiare richiede fatica mentale, crea incertezza, mette a rischio legami affettivi.
Applicato ai dinosauri cinematografici, viene da chiedersi perché lo status quo bias sembri partire proprio con Jurassic Park e non prima. Prima del 1993, le rappresentazioni di dinosauri erano frammentate, spesso contraddittorie: tra paleoarte in continuo cambiamento e film in cui i dinosauri venivano presentati con tecniche sempre diverse, non esisteva un modello unico a cui il pubblico si sentisse legato. È stato proprio Jurassic Park a cambiare le regole del gioco, proponendo una visione coerente e spettacolare che ha ridefinito l’immaginario collettivo. Ma non solo: il successo clamoroso del film ha generato un’ondata di merchandising senza precedenti — giocattoli, modellini, videogiochi, libri illustrati, parchi a tema — che ha trasformato quei dinosauri in icone globali, consolidando un legame emotivo profondissimo. È lì che nasce lo status quo bias: quando un’immagine smette di essere solo una rappresentazione e diventa parte della cultura pop e del vissuto personale di intere generazioni.
Il pubblico, in teoria, dice di volere dinosauri. In pratica, vuole creature che siano riconoscibili, spettacolari e codificate secondo un linguaggio preciso: T. rex che ruggisce con la posa iconica, Velociraptor intelligente e senza piume, Dilophosaurus con la clamide e il veleno, Spinosaurus implacabile. La scienza, l’accuratezza, i dati aggiornati contano poco: ciò che conta è l’emozione, la familiarità e la continuità narrativa.
Qui si tocca il punto cruciale: cosa rappresenta per il pubblico il dinosauro rispetto al mostro? Una figura a metà tra realtà e leggenda, abbastanza reale per suscitare meraviglia scientifica, abbastanza spettacolare per incarnare il mito. Il pubblico non difende però il dinosauro reale, quanto piuttosto la sua idea di dinosauro, costruita dalla cultura pop. Ma a quanto pare esiste un confine invisibile oltre il quale nemmeno il dinosauro-mito regge. Emblematico è il caso del rumor (poi rivelatosi infondato) su un T. rex sputafuoco: persino i fan abituati agli ibridi hanno storto il naso. Se si fosse rivelata vera, quella caratteristica avrebbe rappresentato un’anomalia nata chiaramente per esigenze narrative, ma per molti avrebbe significato spingersi troppo oltre, sconfinando apertamente nel fantasy… “è un dinosauro, non un drago”, hanno commentato in tanti. Peccato che già in film precedenti abbiamo visto un T. rex sfondare un tronco d’albero in corsa, un Quetzalcoatlus dilaniare le lamiere di un aereo e perfino un Baryonyx scrollarsi di dosso un fiotto di lava dalla testa (momento che gli è valso il soprannome “Schifo Ignifugo”).

Approfondendo la questione, oltre allo status quo bias agiscono anche altri meccanismi come l’endowment effect (Kahneman, Knetsch & Thaler, 1990), cioè la tendenza umana a sopravvalutare ciò che percepiamo come “nostro”. I dinosauri di Jurassic Park non sono solo immagini su uno schermo: sono entrati nella memoria affettiva del pubblico attraverso film visti da bambini, giocattoli, videogiochi, poster, collezionabili, discussioni online. Per molti fan, “quelli sono i miei dinosauri”. Quando arriva una nuova versione più scientifica o un redesign, non viene valutata per meriti oggettivi, ma viene percepita come una minaccia a ciò che il pubblico possiede emotivamente: non è solo attaccamento al passato, è proprietà simbolica del passato. Ogni cambiamento sembra togliere qualcosa a quel senso di appartenenza costruito in decenni di cultura pop.
Nel mondo dei modellini, spesso un Velociraptor attualizzato viene chiamato “Velociraptor piumato” come se fosse una variante e non la forma reale. È come vendere uno “struzzo piumato”: un controsenso, ma ritenuto necessario per non scontrarsi con un’immagine radicata. Lo status quo bias porta il pubblico a preferire la versione che conosce, quella cinematografica, ignorando l’aggiornamento scientifico, mentre l’endowment effect fa percepire il Velociraptor squamoso e gigante come “nostro”, qualcosa da difendere. Per enfatizzare le taglie differenti, il pubblico stesso tende a sminuire il Velociraptor reale paragonandolo a un tacchino o a una quaglia, quando invece sarebbe più giusto associarlo a un rapace pericoloso come l’aquila arpia. È un esempio lampante di come la percezione conti più dei fatti, e di quanto sia difficile esaltare un’immagine senza dover screditare l’altra.

Nel 2001, con Jurassic Park III, il gigantesco Spinosaurus fu percepito come usurpatore: uccideva un T. rex, rompeva la gerarchia emotiva del franchise e, non avendo un legame affettivo consolidato con il pubblico, scatenò reazioni di delusione e rifiuto, uno status quo bias che faceva resistenza all’introduzione di un nuovo “re”. Dal 2014, successe un paradosso: mentre ogni nuova scoperta cambiava gradualmente l’immagine di Spinosaurus, il pubblico cominciava a recuperare affettivamente il vecchio “Baryonyx con la vela”, trasformandolo in oggetto di nostalgia (“they nerfed Spinosaurus“). Qui entra in gioco anche la rosy retrospection (Mitchell et al., 1997), ovvero quel meccanismo che ci fa dimenticare le polemiche originarie e le trasforma in affetto. L’appellativo di “super-predatore”, inizialmente rifiutato perché visto come esagerato o imposto dalla narrazione, oggi viene accettato e persino reclamato: lo Spinosaurus di Jurassic Park III è diventato, in larga parte grazie all’effetto nostalgia, il dino villain perfetto.
Nel 2025, Spinosaurus torna al cinema in una forma aggiornata: vela più ampia, coda a remo, corpo adattato alla vita semi-acquatica. Nel film non vediamo un esemplare unico e titanico, ma quattro (cinque?) esemplari mostrati quasi come sgherri di Mosasaurus, impegnati a spartirsi le prede. Questo ha portato SlashFilm ad accusare Jurassic World – La rinascita di aver sacrificato l’anima spettacolare di Spinosaurus per rincorrere la scienza, dimenticandosi però dell’ondata di sdegno che aveva provocato al suo esordio e senza considerare che, in fondo, nessuna delle scelte narrative del film ha davvero a che fare con la scienza. Assistiamo quindi a un ciclo complesso di rifiuto e rivalutazione, dove il pubblico crea continuamente nuove nostalgie, anche per ciò che inizialmente ha respinto.
Gira che ti rigira, chiunque tocchi questo equilibrio in realtà poco chiaro — aggiornando, reinventando, osando — si scontra con una tempesta di critiche. Eppure, a ben guardare, anche questa continuità è un’illusione. I dinosauri sono cambiati da film a film, da decennio a decennio, da medium a medium. Jurassic Park stesso, nel 1993, si lasciò alle spalle l’immaginario ereditato dai primi secoli della paleoarte e del cinema per portare in scena qualcosa più in linea con le conoscenze scientifiche del tempo.
Se avessimo applicato lo status quo bias all’epoca, ci saremmo ribellati anche a loro, pretendendo i dinosauri in stop-motion alla Ray Harryhausen. Eppure oggi li difendiamo come intoccabili, dimenticando che Spielberg & co. fecero scelte audaci senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.
Ma cosa ha significato tutto questo per la saga e per il mondo fuori dal cinema? Dentro la saga, ogni sequel ha oscillato tra innovazione e conservazione, intrappolato in un equilibrio precario: provare a reinventare e al tempo stesso dare al pubblico ciò che riconosceva. Fuori dalla saga, l’influenza di Jurassic Park ha travolto anche musei, documentari, giochi, arte e divulgazione, fissando un modello visivo così potente da far sembrare “sbagliate” persino le ricostruzioni più aggiornate. Ecco il cortocircuito più profondo: in un franchise dove nessun dinosauro è puro, il pubblico decide arbitrariamente cosa è “animale” e cosa è “mostro”. Non lo fa sulla base della realtà né della trama, ma del legame emotivo che ha costruito. Finché un dinosauro rientra nell’immagine che ci siamo dati, resta accettabile. Quando rompe quel confine — troppo realistico, troppo mutante, troppo diverso — diventa mostro. Ma, a ben vedere, il mostro non è mai stato solo sullo schermo: è nella nostra testa.
Il punto non è se i dinosauri al cinema debbano essere realistici o mostruosi. Forse dovremmo chiederci perché abbiamo così paura di accettare i dinosauri per quello che erano davvero: animali. Straordinari, unici, magnifici animali. E no, non è la scienza ad aver rovinato i dinosauri. Al contrario, li ha resi ancora più incredibili. Siamo noi, forse, che ci ostiniamo a preferire il mito alla meraviglia.
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