PALEO-GEO: Intervista al paleontologo MATTEO ANTONELLI

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Nel panorama dei Paleontologi Italiani che si occupano di materiale paleontologico italiano oggi conosciamo Matteo Antonelli, dottorando della Sapienza – Università di Roma, che ha presentato uno dei suoi ultimi lavori durante l’evento Be Geoscientist, il primo Congresso per i Giovani Geologi Italiani che si è tenuto dal 7 al 10 Ottobre 2021 nei pressi del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse dell’Università Federico II di Napoli.

Matteo ha presentato il suo ultimo lavoro, il cui articolo scientifico è inedito e non è ancora stato pubblicato. Si tratta dell’analisi di alcune delle impronte del Geosito Pugliese di Molfetta, una superficie di strato di cava presente al top di una successione carbonatica alta ben 15 metri. Siamo nel Cretacico Inferiore, nello specifico al limite Albiano – Aptiano. Il sito sembrerebbe presentare ben 800 impronte. Quelle studiate sono state analizzate sia usando i metodi tradizionali ma anche e soprattutto attraverso l’utilizzo di tecnologie innovative come la fotogrammetria digitale ad alta risoluzione. Dagli studi effettuati le impronte di Molfetta presentano numerose affinità con le impronte che si rinvengono nel Nord Africa, con caratteri anatomici tali da ipotizzare una loro attribuzione al gruppo dei carcharodontosauridae. I Carcharodontosauria sono dei grandi teropodi che compaiono per la prima volta in Africa e in Europa nel Giurassico Superiore, per poi essere protagonisti di una importante “esplosione” evolutiva anche a livello biogeografico durante il Cretacico Inferiore, arrivando all’apice della catena alimentare all’inizio del Cretacico Superiore. La presenza di tracce riferite a questo gruppo di dinosauri implicherebbe importanti valutazioni dal punto di vista paleogeografico, in quanto potrebbe avvalorare l’ipotesi di un “dispersal” dal Gondwana verso la Piattaforma Apula attraverso la Piattaforma Panormide (Nord della Sicilia) durante l’intervallo Aptiano- Albiano. Ulteriori indagini hanno rivelato anche tracce riconducibili a dinosauri erbivori, in particolare il gruppo dei dinosauri corazzati: gli ankylosauridae.

Questo studio è stato spunto per una serie di domande e curiosità che Matteo non ha tardato a soddisfare. Ecco le nostra intervista!

Matteo, avete individuato circa 800 impronte nel Geosito di Molfetta, vi siete affidati ad una bibliografia già presente o siete partiti da zero?

Molfetta è un Geosito che è stato scoperto  anni fa da un ricercatore pugliese ma, nonostante il suo grande potenziale e la sua grande importanza, gli studi effettuati in passato si sono limitati allo scopo di rendere fruibile il sito. A livello di documentazione paleontologica e icnologica infatti, non sono mai stati fatti altri studi e questo lascia pertanto ampio spazio ad approfondimenti scientifici e a potenziali nuove scoperte che potrebbero sorprenderci.

Negli ultimi anni fortunatamente grazie al contribuito di importanti paleontologi italiani si è finalmente sfatato il mito che in Italia non ci fossero tracce di dinosauri o che queste fossero talmente scarse che non valesse la pena studiarle. Purtroppo però ancora oggi c’è ancora chi segue questa tendenza di pensiero, cosa ne pensi a tal proposito?

L’Italia è piena di testimonianze della presenza di dinosauri, le testimonianze sono ovunque e coprono quasi tutto il Mesozoico (dal Triassico in poi). Il  focus dei miei studi è infatti usare le testimonianze dei dinosauri italiani come vincolo Paleontologico per comprendere la paleogeografia italiana.

Alla tua presentazione hai parlato di una tecnica molto usata nel campo geologico e geomorfologico che tu hai applicato però nel campo paleontologico. Utilizzare la fotogrammetria in paleontologia è una tecnica quindi acquisita recentemente in questo settore scientifico o viene utilizzata già dagli albori di questa tecnica di acquisizione dati?

I primi lavori di fotogrammetria applicata alla paleontologia risalgono al 2008, eppure nonostante i lavori siano recenti, in realtà la svolta si è avuta proprio negli ultimissimi anni, grazie al fatto che la tecnica sta diventando sempre più di dettaglio. Comparando lavori che si distanziano anche solo di dieci anni è possibile notare come l’avanzamento nella risoluzione e nei software usati in fotogrammetria abbia permesso un’acquisizione di dati molto più di dettaglio.

A questi dati si aggiungono le analisi degli arti degli uccelli, che sono presi come riferimento nel caso degli arti dei teropodi. Uno dei quesiti più interessanti e dibattuti che hanno interessato lo studio delle zampe dei dinosauri è stato quello relativo al passaggio della struttura ossea nella zona dei polpastrelli. Le due teorie più dibattute erano:  ogni polpastrello corrisponde ad una giunzione delle falangi oppure corrisponde ad una falange? Oggi la teoria più accreditata è la prima, ovvero che i polpastrelli fossero sede delle giunzioni tra falangi. Se siamo arrivati ad accreditare questa teoria è sicuramente stato anche grazie al contributo di tecnologie di acquisizione come quelle della fotogrammetria ad alta risoluzione grazie cui riusciamo ad ottenere un dettaglio di morfologie che ad occhio nudo non potremmo vedere, arrivando addirittura ad avere una risoluzione tale che permette di distinguere appunto l’impronta dei polpastrelli.

Qual è il grado di individuazione sistemica a cui si può raggiungere analizzando le impronte ? E’ possibile arrivare a stabilire il genere o addirittura la specie?

E’ difficile stabilire il genere, figuriamoci stabilire la specie, è impossibile! Si possono fare però delle supposizioni per cercare di capire la famiglia a cui appartengono, considerando il periodo geologico che stai studiando, le dimensioni che poteva avere l’animale, la vicinanza geografica di altri settori in cui vivevano determinati gruppi. Sicuramente quello che sta emergendo, studiando i vari siti sparsi per l’Italia dove si hanno impronte fossili del gruppo Dinosauria, è che si registra una diversità altissima. Sembrerebbe che per il Cretacico siano presenti tutti i principali gruppi.

Matteo, un’ultima domanda prima di lasciarti. Oggi si vede molto la tendenza verso quella che sembrerebbe una paleontologia digitale, quindi una paleontologia che sembra non avere più a che fare con la figura del geologo o del paleontologo che va sul campo, tu cosa ne pensi? Ti trovi d’accordo con questa filosofia di pensiero o ritieni che l’attività di campo sai fondamentale e che non possa essere sostituita dall’acquisizione digitale?

Personalmente credo che l’attività di campo sia fondamentale. Ci sono tecniche di analisi manuali elaborate decine e decine di anni fa e che hanno resistito per cosi tanto tempo e questo non può essere ignorato. Io stesso quando vado a studiare un sito di impronte fossili pongo tantissima attenzione a quelle che sono le sensazioni sotto le mie dita, prestando attenzione a come è l’andamento della traccia fossile per capire se ci sono punti più avvallati o più in rilievo. Queste sono sensazioni e indicatori che non puoi avere con una tecnica di studio puramente digitale.

Ringraziamo tantissimo Matteo per la sua disponibilità a rispondere alle nostre domande, per rimanere in contatto con quella che è la sua attività di ricerca scientifica  vi alleghiamo il link del suo profilo di ricerca e a seguire uno dei suoi bellissimi disegni paleontologici:

https://www.researchgate.net/profile/Matteo-Antonelli

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