TARBOSAURUS (PNSO, 2021)

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Tarbosaurus bataar, la “lucertola eroica che ispira ammirazione”, è dai più conosciuto come la versione orientale del Tyrannosaurus rex. Certo, a prima vista i due generi sono molto simili, tant’è vero che alcuni preferirebbero accorparli, in questo caso avremmo a che fare con Tyrannosaurus bataar. Entrambi hanno il classico “pacchetto da tirannosauri derivati”: testa grande, collo massiccio, piccoli arti anteriori con due dita, e così via. Ma è da come sono organizzate queste parti che si possono notare parecchie differenze. Inoltre Tarbosaurus non è il solo tirannosauro di grandi dimensioni mongolo/cinese, praticamente contemporaneo a lui era il genere Zhuchengtyrannus di cui però abbiamo resti molto più frammentari.

Stupirà sapere che le rappresentazioni di Tarbosaurus in commercio sono davvero rare. Mettendo da parte il Primal Attack della Mattel che fa parte della linea di Jurassic World, ve ne sono davvero poche altre degne di nota. C’è il Collecta che risale al 2009, ed è decisamente anni luce indietro per gli Standard attuali. Il Favorite, del 2013, sia per scala che per fattura è l’unico veramente paragonabile, ma è defficilmente reperibile. I due Kaiyodo sono carini, ma molto più piccoli e per ovvie ragioni molto meno dettagliati. Probabilmente la somiglianza con il ben più famoso cugino nordamericano non ha aiutato. PNSO ha finalmente reso giustizia a questo dinosauro con un modello davvero eccezionale, Chuanzi, che fa anche un enorme passo avanti rispetto a, ironia della sorte, Wilson il Tyrannosaurus, che in questa recensione sarà ovvio metro di paragone.

Il Packaging è quello a cui PNSO ci ha abituati. Il classico scatolone bianco con immagini del modello e scritte. All’interno ci sono un Poster, il Blister di plastica trasparente dove alloggia il Tarbosaurus e la piccola asta di supporto.

Partiamo con l’analisi vera e propria iniziando dalle dimensioni. Chuanzi è lungo 31cm, visto che gli esemplari più grandi di Tarbosaurus rientrano in un Range di dieci o undici metri di lunghezza siamo perfettamente nell’ 1/35. La cosa non sorprende visto che PNSO salvo poche eccezioni lavora con questa scala per tutti i suoi prodotti.

La posa è la classica camminata realizzata sì bene, ma senza alcun elemento particolarmente memorabile. L’animale è ritratto con il busto parallelo al terreno, la zampa posteriore sinistra sta avanti e sorregge buona parte della massa, mentre la destra funge più che altro come perno di appoggio e sta per essere sollevata da terra. Almeno nel modellino che ho ricevuto le dita del piede sinistro hanno le punte che si sollevano leggermente verso l’alto; non so se si tratta di un difetto isolato o di un problema generale. La coda forma una curvatura morbida verso sinistra in modo da assecondare la contrazione dei muscoli della coscia del medesimo lato. Infine collo e testa sono girati leggermente verso destra e ciò riesce a dare un po’ di dinamismo in più.

La mandibola, come da prassi ormai per i teropodi PNSO è articolata e permette sia di serrare completamente la bocca che di aprirla con un ottimo Range. Ovviamente questo meccanismo di apertura rende necessari dei piccoli compromessi estetici e, opinione personale, ritengo che per avere i risultati visivamente più appaganti è meglio tenere la mandibola chiusa o solo leggermente aperta in modo che gli incastri che formano la muscolatura interna della bocca combacino perfettamente.

Nel mio esemplare non ho riscontrato alcun problema di stabilità; Chuanzi è perfettamente bilanciato e non ha mai dato segni di cedimenti nonostante il calore intenso di questa estate. Quindi, incrociando le dita oserei dire che per una volta il supporto è completamente superfluo.

Per quanto riguarda l’accuratezza anatomica c’è veramente poco da dire. Chuanzi è un Tarbosaurus senza se e senza ma. Quando fu data la notizia del rilascio di un Tarbosaurus PNSO alcuni pensavano di poterlo usare come tappa buchi economico al posto di Wilson. Con una differenza di prezzo notevole – il primo costa praticamente la metà dell’altro – l’idea sarà balenata in mente un po’ a tutti. Ma se per un Fan qualsiasi il tutto può effettivamente risolversi in un “Close Enough” ai Paleo-Nerd più accaniti le varie differenze salteranno subito agli occhi.

La primissima cosa che non si potrà non notare accostando Wilson e Chuanzi sta nella grandezza delle squame. Qui PNSO ha dato prova di un notevole passo avanti riuscendo a dare una tramatura molto più fine rispettando al contempo i Pattern individuati nello studio della pelle dei tirannosauri compiuto per Wilson. Quindi squame con forme e arrangiamenti differenti a seconda della parte del corpo e che si avvicinano molto di più per dimensioni alle proporzioni che dovrebbero avere in un modellino in scala. Anche qui niente piume sebbene siano presenti nel poster allegato al modellino. Non si può neanche dire che la ditta cinese non sappia riprodurle bene, anzi, lo Yutyrannus ha una copertura piumosa davvero ben fatta. Probabilmente PNSO vuole mantenersi su una linea “safe” in cui i dinosauri sono rappresentati correttamente da un punto di vista scientifico ma senza osare nulla per quanto riguarda la speculazione. Il che è un po’ un peccato, ma d’altro canto loro puntano su quello che vende di più. Tant’è vero che anche il Qianzhousaurus o il loro “Nanotyrannus” sono completamente squamati sebbene rappresentino animali di dimensioni comparabili con Yutyrannus e che quindi è probabile che presentassero una buona copertura piumata.

Altra caratteristica che spicca da subito è la robustezza di Chuanzi. L’animale appare decisamente massiccio e sprigiona possanza com’è giusto che sia per un dinosauro di quelle dimensioni evolutosi per combattere e sopraffare prede altrettanto mastodontiche se non addirittura più grandi di lui. Qualcuno ha detto che appare quasi grasso per le eccessive rotondità all’altezza dell’addome. Personalmente preferisco quest’approccio alle ricostruzioni pelle ed ossa che si sono affermate da fine novecento. Stiamo pur sempre parlando di animali e se prendiamo un orso, una tigre o anche un coccodrillo sono ben più di uno scheletro ricoperto di pelle.

Le differenze più evidenti tra Tarbosaurus e Tyrannosaurus sono nella testa e nella ricostruzione PNSO non sono state tralasciate. Il cranio nel Tarbosaurus ha una forma generale più affusolata, è meno alto e soprattutto meno largo. Infatti confrontando i crani di questi due generi con una visione frontale o dall’alto non è possibile non capire già ad un primo sguardo quale appartiene ad uno e quale all’alto. Di conseguenza anche la visione stereoscopica in Tarbosaurus, per quanto presente, era meno estesa rispetto al suo cugino del Nord America. Tutto questo in Chuanzi è perfettamente rappresentato, anche se la pupilla dell’occhio destro è leggermente strabica se confrontata con quella dell’altro lato. Per fortuna il difetto è percepibile solo guardando frontalmente il modello e almeno nel mio caso è praticamente insignificante.

Sulla testa sono chiaramente visibili le narici, in posizione avanzata rispetto all’apertura ossea in linea con le più recenti ricostruzioni, e le aperture auricolari. Come negli altri teropodi PNSO non sono presenti labbra carnose e i tessuti che circondano la bocca mostrano squame più grosse di quelle del resto del corpo che ricordano quelle dei coccodrilli. Le aperture del cranio sono quasi invisibili, più che altro sono accennate dalle differenti dimensioni delle squame che le ricoprono.

L’interno della bocca è ben ricostruito. Sul palato ci sono le coane, i solchi dove sono alloggiati i denti della mandibola e tutta una serie di pieghe nella mucosa orale. La lingua termina alla base in maniera armonica col resto della bocca ed è adesa al pavimento della mandibola; infatti con le nostre conoscenze attuali sappiamo la lingua dei teropodi doveva essere poco mobile. Anche i denti sono rappresentati bene, scolpiti singolarmente e di dimensioni diverse a seconda del loro alloggiamento nella bocca, piccola nota dolente qui è la colorazione meno accurata di quella riservata a Wilson.

Nella mandibola si vedono i solchi che si formano tra l’alloggiamento di un dente e l’altro e le squame diventano via, via più piccole scendendo verso la gola.

Per quanto riguarda l’attaccatura della testa al collo abbiamo decisamente in miglioramento rispetto a Wilson, dove c’era un ampio solco a dividere queste due porzioni. Tuttavia non si è potuto far nulla per lo stacco tra mandibola e gola, dovuto all’articolazione della bocca, che è più o meno evidente a seconda di quanto siano spalancate le fauci. L’articolazione della mandibola è anche la causa della maggiore inesattezza anatomica del modello. Ai lati del collo dovrebbero essere presenti voluminosi muscoli impiegati proprio per il movimento della bocca ed è superfluo ribadire quanto dovessero essere importanti in un dinosauro dove un potentissimo morso spacca-ossa era l’arma principale impiegata per abbattere le prede. Infatti guardando Chuanzi a bocca chiusa si nota come se mancasse qualcosa tra la voluminosa attaccatura del collo e la testa.

Scendendo verso il torace lo sguardo viene dirottato verso le minuscole braccia. Sembrano fin troppo piccole, anche per gli standard dei tirannosauri ma non si tratta di un errore. Tarbosaurus in proporzione aveva gli arti anteriori più piccoli rispetto a tutti gli altri membri della sua famiglia. Se a ciò si aggiunge il fatto che il braccio è un parte incassato nella muscolatura e nella pelle del torace si arriva ad ottenere questo risultato. Anche la posizione di riposo delle braccia è corretta, non sono proiettate in avanti ma aderenti al corpo. Piccola chicca dello sculpt è la presenza di un incavo tra il braccio e il petto dove in teoria dovrebbe alloggiare l’avambraccio quando l’animale si trova a terra in posizione di riposo. Anche le due dita minuscole sono corrette da un punto di vista scientifico, il primo è più corto e massiccio, mentre il secondo è più lungo ma anche più esile. Unico piccolo neo è la colorazione che qui lascia un po’ a desiderare. Mentre tutto l’arto anteriore non si distacca cromaticamente dal resto dell’animale, le dita nella loro interezza sono colorate con una tonalità di verde molto più scura. Questa tinta va benissimo per le unghie, ma proseguendo anche oltre, senza nessuno stacco, dà più che altro la sensazione che abbiano dato una verniciatura grossolana.

Il corpo visto dall’alto ha una forma a botte che rispecchia la ricostruzione scheletrica mentre di profilo il ventre gonfio potrebbe far storcere un po’ il naso ad alcuni. In realtà quest’aspetto panciuto dipende almeno in parte dalla posa di Chuanzi. Infatti se da un lato l’aggiunta delle gastralia alle ricostruzioni scheletriche ha modificato drammaticamente la siluette dei dinosauri teropodi, dall’altro la posa quasi rampante del Tarbosaurus PNSO fa sporgere ancora di più la “pancia”. A dimostrazione di ciò lungo il dorso del modellino si può notare come tutti i muscoli paravertebrali (quelli che si trovano dietro alle vertebre e servono ad inarcare la schiena) siano in tensione per permettere di mantenere questa posizione.

Gli arti posteriori sono a dir poco massicci. Un concentrato di muscoli tesi o rilasciati che trasmettono quanta energia servisse al dinosauro per avanzare spostando tutta la sua massa. Visto da alcune angolazioni pare che Chuanzi stia per travolgere sul suo cammino qualsiasi cosa gli si pari davanti. Inutile dire che i capi di inserzione muscolari sono tutti corretti. Avvicinandosi ai piedi la massa si fa meno voluminosa ma ciò non significa che le estremità delle gambe o i metatarsi appaiano esili, tutt’altro. Soprattutto in vista frontale sembrano anche un po’ troppo larghi, ma probabilmente anche stavolta il problema non sta nella ricostruzione, o almeno non solo lì, ma nell’esperienza di chi lo osserva. I piedi di questo Tarbosaurus sono stati chiaramente ricostruiti basandosi sui resti fossili e su come appaiono quelli dei grandi uccelli non volatori odierni. Quindi vedere un piede che ricorda qualcosa di conosciuto come uno struzzo o un casuario ma con proporzioni delle caviglie del tutto “sballate” può inconsciamente apparirci sbagliato.

Parlando dei piedi, anche questi sembrano leggermente grandi se confrontati con la sola componente ossea, ma a quella vanno aggiunti i tessuti molli, fin troppo spesso ignorati. Sono stati ritrovati dei veri e propri calchi naturali delle impronte di Tarbosaurus. Da questi ritrovamenti eccezionali si è potuto constatare che in vita ci dovevano essere dei cuscinetti di tessuto che permettessero di avere una maggiore superficie di appoggio, in modo da scaricare meglio il peso del dinosauro al suolo.

Anche qui le unghie sono colorate con la stessa tonalità di verde scuro che abbiamo già visto sulle mani, almeno stavolta non abbiamo grosse sbavature, tuttavia da PNSO ci si aspetterebbe una maggiore cura. Le unghie tra l’altro sono incassate nei cuscinetti di cui si parlava poc’anzi e appaiono così più piccole di quanto invece non siano.

La coda ha la corretta lunghezza rispetto al resto del corpo. Sono ben visibili e soprattutto ben riprodotti tutti i principali fasci muscolari. Forse l’unico aspetto che mi sentirei di criticare, e ciò vale sia per la coda che per gli arti posteriori, è che in questo cercare di dare quanta più enfasi possibile ai muscoli, come a far vedere che siano tutti presenti, si perde un po’ la naturalezza dell’animale che sopra doveva avere comunque tutta una serie di tessuti molli che dovrebbero almeno in parte mascherare questa strabordante ipertrofia muscolare.

Discorso colorazione. Salvo i difetti di cui si è già parlato prima, denti e unghie, la verniciatura è tecnicamente ineccepibile. Purtroppo PNSO non brilla certo per originalità nella scelta cromatica. Per fortuna non si è optato nuovamente per un teropode con l’ormai abusatissimo motivo a strisce, ma la tinta unita con gradiente dal verde sul dorso al crema sul ventre, con varie sfumature di giallo e rosa in questo intervallo, non verrà sicuramente annoverata tra quelle più memorabili. Un punto in più a favore per le creste gialle della testa. L’interno della bocca è ben reso con varie sfumature di rosa e rosso con effetto lucido. Ultimo difetto che mi sento di aggiungere sono le narici praticamente non colorate. Non mi sento di bocciare la colorazione, tuttavia siamo in generale su un livello standard per la PNSO e le varie sbavature sono decisamente un enorme NO per una ditta che ci ha abituato ad una cura per i dettagli molto maggiore.

Considerazioni finali. Insomma, vale la pena recuperare Chuanzi? È inutile confrontare il PNSO con gli altri tarbosauri in circolazione. Se si vuole un’ottima rappresentazione, anche da un punto di vista scientifico, non c’è altra scelta. Un vero e proprio must-have da questo punto di vista. Per un pubblico più generalista il rapporto qualità prezzo è comunque buono. Non è proprio economico, ma è il caso di dire che si paga il giusto per quello che si ottiene se facciamo il paragone con i modelli migliori di altre case. Inoltre il rapporto qualità-prezzo è più favorevole rispetto ai prodotti PNSO della Museums Series, la linea di punta, dove la qualità è indubbiamente migliore nella pittura ma comparabile per quanto riguarda la scultura.

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