PACHYCEPHALOSAURUS (PNSO, 2021)

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Pachycephalosaurus è sicuramente uno dei generi di dinosauro più famosi nonostante fino a pochi anni fa gli unici resti a nostra disposizione consistevano in crani più o meno completi. Tuttavia “Fra Tuck” non poteva passare inosservato e sin da subito nella cultura popolare si fece largo l’idea che questi animali un po’ come degli arieti ante litteram si sfidassero con violentissime craniate sia tra di loro che per difendersi dai predatori. Poteva PNSO non rappresentare questa icona in uno dei suoi modellini?

Partendo dal packaging esso è come al solito elegante ed essenziale. Ci ritroviamo di fronte alla classica scatola di cartone bianco con scritte in arancioni in inglese e cinese e una foto del modello di profilo proposto su tre facce del contenitore. Qui come da tradizione PNSO si può leggere il nome dell’animale “Austin the Pachycephalosaurus”.

Aperto l’involucro troviamo all’interno il blister di plastica trasparente e il “poster d’ordinanza” con una ricostruzione dell’animale su una facciata e sull’altra una breve storia per bambini che lo vede protagonista. Il blister accoglie il modello, a sua volta avvolto da una bustina per evitare graffi o sverniciature da attrito, e la basetta suddivisa nelle sue due componenti.

Veniamo Austin in sé. Già ad una prima occhiata generale non si può che restarne piacevolmente colpiti. Un piccolo gioiellino curato fin nei minimi dettagli. Le dimensioni sono ovviamente ridotte perché il Pachycephalosaurus seppur al momento è il genere più grande del suo infraordine, Pachycephalosauria, si stima che raggiungesse “solo” i quattro metri e mezzo. Visto che il modellino è lungo 18 centimetri siamo perfettamente nella scala 1:25. A voler essere pignoli sul poster menzionato prima viene riportato un range di lunghezza da 4,5m a 6m. Quindi usando la stima maggiore si ricaverebbe una scala di 1:33 che rientrerebbe quasi nel range classico di 1:35 sfruttato per gli altri animali più grandi.

Austin a confronto con il Triceratops Cryptic di Eofauna.

La colorazione non è particolarmente elaborata ma sicuramente gradevole e realistica con il ventre color crema che va via, via a scurirsi salendo lungo i fianchi e il dorso verde pistacchio. Il passaggio tra i due colori è più tenue e strutturato in bande nella coda mentre è più marcato a livello del corpo. Lo stesso verde si ripresenta all’estremità delle zampe posteriori. Il cranio invece è sempre crema con parti che tendono al marrone scuro lungo la base dei vari cornini che cingono la cupola. I vari spuntoni spiccano grazie a dei tocchi di grigio che li mettono in risalto. Il tutto trasmette una sensazione molto naturale, peccato solo per l’evidente differenza che si può notare con il modello presente sul box di cartone molto più curato a livello di tutti quei dettagli della testa su cui alla fine per forza di cose va a posarsi l’occhio. Ciò si nota in particolare a livello delle borchie sotto gli occhi completamente ignorate nel prodotto che si ha tra le mani.

Anche la posa è relativamente generica con l’animale ritratto mentre cammina, tuttavia la resa è ottima. Le zampe posteriori trasmettono perfettamente il senso di movimento e del peso caricato sul piede destro, la base della coda a sua volta è tirata verso destra dai muscoli ancorati sul rispettivo femore mentre la punta ondeggia a sinistra con una curva molto dolce e realistica. Sappiamo che i pachicefalosauri avevano tendini ossificati lungo le vertebre caudali, quindi la coda doveva essere relativamente rigida, in particolare nella sua estremità finale. Anche il corpo è ruotato leggermente verso destra continuando in maniera armonica la curvatura che parte dall’inizio della coda fino ad arrivare alla punta del muso. Il baricentro cade perfettamente nella base di appoggio che però non è particolarmente ampia. Austin sta perfettamente in piedi da solo senza la necessità di nessun supporto ma nel lungo periodo è consigliato l’ausilio della basetta perché soprattutto col caldo la plastica dei piedi potrebbe cedere quei pochi millimetri che bastano per far cadere il Pachycephalosaurus.

Entriamo ora nel vivo dell’analisi del modello prendendo in considerazione sculpt e anatomia.

Sulla resa della pelle penso che non ci sia davvero nessun commento che possa trasmettere quanto siano stati accurati nello scolpire anche le più piccole squamette senza dare quell’effetto ruvido e grossolano che si può vedere per esempio nel Pachycephalosaurus della Safari. Su questa tramatura di base spiccano delle squame più grandi, dei piccoli bozzi della dimensione della capocchia di uno spillo che ricordano vagamente il pattern simile ritrovato nella pelle di Triceratops. Al momento non sono state ritrovate impronte di tegumento di alcun tipo di pachicefalosauro, quindi optare per una struttura simile al clade più vicino, ovvero i ceratopsidi, è la scelta più opportuna. Anche qui si potrebbe speculare sulla possibile presenza di strutture filamentose simili a quelle presenti sulla coda di Psittacosaurus, tuttavia si tratta al momento solo di una possibilità, in teoria altrettanto valida, ma sicuramente più spinta e meno conservativa.

La testa è la parte dell’animale su cui più si può fare un discorso di confronto con i resti che abbiamo a disposizione visto che del postcranio abbiamo un singolo esemplare, soprannominato “Sandy”, che però non è stato ancora descritto ufficialmente. In teoria ogni resto non descritto non esiste a livello scientifico ma basta fare un giro su un motore di ricerca per trovare delle foto quindi faremo un’eccezione.

Partiamo dalla forma generale della cupola. Questa combacia perfettamente con i fossili che abbiamo, non quindi una semisfera perfetta come a volte si vede, ma una sorta di mezza pera con la parte più stretta rivolta in avanti. Personalmente piuttosto che il pattern squamato nella zona di congiunzione tra la calotta e le “borchie” avrei preferito qualcosa che simulasse un inspessimento cheratinoso e magari si sarebbe potuto colorare il tutto con tinte più vivaci, come in parte si vede sulla foto della scatola, ma non posso definire questi veri errori.

Tutti i vari bossi e spine rispecchiano la distribuzione che vediamo negli esemplari ritrovati. C’è da dire che questi di base presentano una certa variabilità interindividuale, quindi qualche leggera variazione di forma e dimensioni è perfettamente accettabile. Va rimarcato che però queste escrescenze, soprattutto quelle nella regione posteriore, non sembrano dei bozzi appiattiti ma sono delle vere e proprie spine tozze nel modello. Ed è qui che entra in campo Sandy e tutta la questione della teoria di Dracorex-Stigymoloch- Pachycephalosaurus come singolo genere che però nella crescita muta radicalmente la forma di cupola e spine. La teoria è famosa e non staremo qui a riassumerla, basti sapere che all’atto pratico durante la crescita passando da Stigymoloch a Pachycephalosaurus le lunghe spine del primo verrebbero riassorbite fino a diventare i bozzi spuntati che si vedono nel secondo. Sandy è stato identificato come Pachycephalosaurus ma ha ancora delle spine allungate. Quindi è lecito supporre che il modello PNSO prenda spunto proprio da questi resti fossili. Inoltre ulteriori analisi sembra che abbiano determinato che i resti con i bozzi più corti proverrebbero da sedimenti più antichi, mentre in quelli più recenti le “corna” sarebbero via, via più lunghe. Solo ulteriori studi potranno confermare la questione.

Veniamo ad un altro argomento molto discusso, le guance. Nel PNSO non vediamo le classiche guance carnose adottate spesso per i dinosauri erbivori e si è optato invece per delle più prudenti labbra rettiliane. Anche qui entrambi i tipi di ricostruzione al momento sono ugualmente validi, quindi ogni eventuale critica dipenderebbe più che altro dai gusti personali. Personalmente avrei solo colorato o comunque reso più evidente il margine della bocca che sebbene sia scolpito sparisce quasi senza la giusta illuminazione.

Sulla punta del muso sono visibili i fori delle narici e ovviamente il becco, così come dietro le escrescenze infraorbitarie ci sono quelli auricolari. In vista frontale pare che forse lo spessore della testa non è proprio corretto, si stringe un po’ troppo in avanti e l’attaccatura della mandibola potrebbe essere troppo spessa. Gli occhi sono di un azzurro intenso e ricordano molto quelli di un uccello, anche questa è una caratteristica ormai abbastanza comune in casa PNSO. Il collo si attacca sotto il cranio e non dietro, caratteristica tipica dei pachicefalosauri ed è muscoloso al punto giusto.

Per quanto riguarda il resto del corpo sia gli arti posteriori che quelli anteriori hanno le giuste proporzioni. Anche il numero di dita è corretto, quattro sui piedi e cinque per le mani. Le mani in particolare hanno i palmi paralleli tra di loro e non sono pronate. Il busto è molto voluminoso e a botte, come ci si aspetterebbe da un erbivoro. Infine la coda ha la giusta lunghezza, forse sarebbe stato meglio renderla leggermente più massiccia soprattutto alla base visto che lì si ancoravano i muscoli che muovevano le gambe. Tuttavia vista la quasi totale mancanza di resti caudali di Pachycephalosaurus non mi spingerei oltre.

In definitiva Austin, il Pachycephalosaurus, visto anche il prezzo più che abbordabile per essere un PNSO, è assolutamente un must have sia per la scelta del soggetto, che per la resa artistica, che il valore di ricostruzione scientifica che prende a piene mani dalle più recenti scoperte su questo genere di dinosauro.

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