MEGALOSAURUS (CollectA, 2021)

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“Considerando l’enorme stazza che questo rettile poteva raggiungere, ho deciso, assieme al mio amico e collaboratore reverendo W. Conybeare, di assegnargli il nome Megalosaurus” (Buckland,1824).

Il reverendo William Buckland non poteva immaginare che, di lì a poco meno di vent’anni, quello che riteneva essere una lucertola di enormi dimensioni sarebbe diventato il primo rappresentante di un nuovo Ordine, quello dei Dinosauria. Lo stesso Richard Owen, l’uomo che diede il nome a Dinosauria, aveva in mente una creatura molto diversa da quella che conosciamo oggi: la storica statua nel cortile del Crystal Palace a Londra, realizzata da Benjamin Waterhouse Hawkins sotto supervisione di Owen, mostra infatti Megalosaurus come una creatura tozza e gobbuta, quasi un incrocio tra un coccodrillo e un orso. Un’idea più chiara del suo aspetto sorse solo qualche anno dopo, quando negli Stati Uniti occidentali iniziarono finalmente ad affiorare scheletri di teropodi più completi e articolati. I metodi di classificazione, però, differivano molto dal rigore attuale, e specie venivano erette o accorpate sulla base di semplici somiglianze. Iniziarono così a saltare fuori “megalosauri” un po’ in tutto in mondo e da rocce di tutto il Mesozoico: era un Megalosaurus qualunque grande dinosauro carnivoro non fosse possibile catalogare meglio. Il “problema Megalosaurus” fu ben esemplificato da Gauthier (1986), che sottolineò come il primo teropode descritto fosse rappresentato da una quantità limitata di reperti senza tratti diagnostici che lo distinguessero da altri grandi teropodi. Questa confusione ebbe fine con una serie di pubblicazioni di Benson e colleghi (Benson et al. 2008; Benson 2010) che identificarono due caratteri diagnostici nella mandibola di Buckland, arrivando ad una definizione più precisa. Megalosaurus, quindi, risulta ristretto al Bathoniano (Giurassico medio) dell’Inghilterra, ed è finito con l’essere un teropode relativamente generico.

I resti di Megalosaurus in nostro possesso, infatti, sono tutt’altro che completi, ma basandoci sui generi affini otteniamo un teropode con un cranio relativamente liscio e privo delle creste che caratterizzavano altri teropodi giurassici: più di qualsiasi altro teropode, la sua testa ricorda quella di un moderno varano, e sembra proprio effetto ricercato da Collecta, accentuato dalle labbra rettiliane che coprono i denti. Il dibattito sulla presenza o meno di questo tipo di tessuto è ancora aperto e per il momento nulla conferma o smentisce l’aspetto che la ditta ha deciso di dare alla sua ricostruzione. Un esame attento del cranio permette di osservare una fitta serie di rugosità in prossimità dell’area orale: è stata avanzata recentemente la proposta che molti teropodi avessero un qualche genere di copertura cornea a proteggere il muso. Quindi, per quanto alcuni giudicheranno questo cranio come poco interessante, andrebbe invece apprezzato l’intento di rappresentare Megalosaurus come un animale reale, attenendosi appunto a quel poco che si conosce.

L’impressione che lo scultore si sia ispirato ai varani prosegue spostandosi lungo il collo, che presenta pieghe di pelle cadente – in particolare sul lato destro. Altro particolare degno di nota è la resa delle squame, molto naturale per quanto ancora fuori scala.

Per essere un teropode del Giurassico medio, Megalosaurus era robusto, con un corpo piuttosto lungo e basso. Un dettaglio apprezzabile del modellino è il modo in cui l’addome prosegue naturalmente nel bacino, senza quel piede pubico sporgente popolarizzato dalle ricostruzioni di Gregory Paul: un tratto abbastanza improbabile, come mostrano anche alcuni fossili di teropodi in eccellente stato di preservazione e connessione anatomica.

Lungo il dorso e fino alla punta della coda corre una fila di spine, che si fanno più alte in una cresta poco oltre il bacino: la loro presenza non è mai stata ritrovata in nessun teropode, quindi si tratta di un carattere speculativo, piuttosto frequente nei modellini Collecta. Le spine non sono scolpite singolarmente e questo, pur rappresentando un cambio d’approccio rispetto ad altri Collecta di dimensioni paragonabili (come Metriacanthosaurus), date le dimensioni del modello non compromette la resa. la cresta di spine, inoltre, ricorda almeno in parte la criniera della iena striata (Hyaena hyaena), associazione facilitata dalla livrea scelta per il modellino.

Gli arti di Megalosaurus sono estremamente robusti per la sua stazza, un tratto comune con il suo parente americano Torvosaurus. La mano possiede tre dita ed è apprezzabile come, nonostante le dimensioni ridotte del modello, sia stato fatto uno sforzo per mantenere la proporzione delle dita tipica dei Tetanurae, con il primo dito più corto e il secondo più lungo. L’arto posteriore mostra una certa mancanza di muscolatura e avrebbe potuto essere “pompato” maggiormente, anche se non è neanche lontanamente grave come in altri teropodi Collecta.

L’olotipo di Eustreptospondylus è l’unico megalosauroideo a preservare un piede completo, mostrando che era asimmetrico (fide Molina-Peréz e Larramendi 2019): distinguendo così le loro impronte da altri teropodi coevi, come gli allosauroidei; in questo la morfologia del Collecta è incoerente (nel piede sinistro, la lunghezza del secondo e del quarto dito appare uguale, mentre nel destro il quarto dito è più lungo del secondo) ma, date le dimensioni del modello, è difficile fargliene una colpa. In generale i piedi, per quanto leggermente sovradimensionati, non risultano stranianti, anche per via della colorazione scura che può ricordare alcuni esemplari di avvoltoio nero (Coragyps atratus).

Come per gli arti posteriori, anche la base della coda non avrebbe sofferto se fosse stata resa più massiccia – per accomodare i muscoli caudofemorali – ma è comunque un passo in avanti rispetto ad altri modelli Collecta.

Il modello è stato commercializzato precisamente con il nome “Megalosaurus in Ambush”, e in effetti la posa suggerisce un animale acquattato, come se stesse puntando una preda. Studi condotti sul neurocranio di altri teropodi (Acrocanthosaurus, Irritator) mostrano che generalmente i Tetanurae tenevano il cranio inclinato rispetto al piano dell’orizzonte. Tuttavia gli animali sono dinamici, e la posa può suggerire che abbia temporaneamente sollevato la testa tenendola dritta.

Insomma, prima lucertola gigante, poi coccodrillo-orso e infine teropode dai tratti poco distintivi ma dalla grande importanza storica, per il quale Collecta ha ideato un design da varano-iena-avvoltoio che ben si presta ad un predatore d’agguato. Un piccolo gioiellino con una posa interessante e un feel naturale.

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