Informalmente conosciuto – prima della pubblicazione – come “Suncor nodosaur”, Borealopelta markmitchelli (Brown et al., 2017) è un nodosauride descritto solo di recente, ma che ha subito conquistato una grande attenzione da parte degli appassionati (per gli interessati: appare in Jurassic World Evolution, anche se viene chiamato “Nodosaurus”). Perché? È presto detto: non solo si tratta uno dei nodosauri meglio conservati al mondo, ma sono preservati perfino le squame e gli astucci di cheratina che rivestivano la sua corazza, permettendo – attraverso la spettroscopia di massa – di ricostruire la probabile pigmentazione dell’animale in vita. Conosciamo perfino il contenuto del suo ultimo pasto, grazie a materiale rinvenuto all’interno dello stomaco. Una simile scoperta non poteva sfuggire alle aziende che producono modellini, e infatti Collecta e Kaiyodo sono state le prime a realizzare i loro Borealopelta. Nel 2020, è stato il turno di PNSO.

Un unico esemplare di Borealopelta (TMP 11.033.0001) è conosciuto alla scienza. Il fossile non è completo e presenta la testa, il collo, il corpo e la regione sacrale, un arto anteriore (il destro) completo e uno frammentario e parte del piede. I resti sono spettacolari e, osservandoli da certe angolazioni, si ha quasi l’impressione di trovarsi davanti ad un animale addormentato, pronto a ridestarsi da un momento all’altro. Vediamo un po’ com’è stata la prova di PNSO.

Il cranio ha la caratteristica forma “da pecora” dei crani dei nodosauridi. Il fatto di trovarci di fronte ad un animale corazzato ci permette la rara opportunità di poter esaminare alcune delle sue caratteristiche ossee anche nel modello. Tra le apomorfie (caratteri derivati che sono diagnostici di questo animale e permettono di distinguerlo) di Borealopelta ci sono la presenza di una placca esagonale nella regione frontoparietale (in pratica, in mezzo agli occhi dell’anchilosauro) che nel modello è distinguibile, sotto una copertura di squame più piccole; e la lunghezza della placca jugale, maggiore dell’orbita. Altri dettagli – come il fatto che la placca jugale abbia un apice appuntito – sono purtroppo troppo fini per essere valutabili a questa scala.

Non solo nel cranio si possono osservare apomorfie: un’altra caratteristica di Borealopelta è che gli osteodermi cervicali (quelli del collo) e toracici formano trasversalmente fasce continue, mentre longitudinalmente sono separati in maniera netta da una striscia di squame poligonali. Gli osteodermi di Borealopelta possono essere organizzati in tre regioni: cervicale (tre fasce), toracica (dodici fasce) e sacrale (almeno otto fasce). Ne seguiremo la descrizione presente in Brown, 2017.
Le tre fasce cervicali sono presenti, così come le dodici toraciche; purtroppo le sacrali sono solo sei. Nel fossile, ciascuna delle tre fasce cervicali è composta da sei osteodermi, e anche nel modello PNSO è così. In corrispondenza della striscia di squame poligonali accennata sopra sono presenti ai lati del corpo due spine “di transizione”. A questo punto iniziano gli osteodermi toracici: la prima fila ne presenta sei per lato, tra cui la spina parascapolare, l’osteoderma più grande di Borealopelta; una seconda fila che termina in una spina laterale più piccola è seguita da una terza fila di sei osteodermi, di dimensioni inferiori rispetto agli altri e che non raggiungono i fianchi. La quarta e quinta fila ripetono la struttura della seconda, mentre di nuovo la sesta non raggiunge il fianco. Dalla settima in poi tutte le fasce toraciche ripetono lo schema della seconda. Tutto questo è ripreso in maniera certosina nel modello PNSO. Al di sotto della linea dei fianchi ha inserito altre due fila di osteodermi (che diventano tre sull’arto posteriore): non sono preservati nel fossile e non compaiono nelle ricostruzioni di questo animale. Si tratta probabilmente di una speculazione. Suggerisco attenzione nel maneggiare il modello perché, se le spine parascapolari sono smussate, lo stesso non si può dire di alcuni degli osteodermi più piccoli che, se afferrato incautamente, possono risultare in punture dolorose.

La porzione posteriore del corpo di Borealopelta non è preservata, ma è ragionevole ipotizzare che chi ha realizzato il modello (uno scultore nell’atelier di Zhao Chuang) abbia usato come base generi affini, come Europelta. Gli osteodermi che ricoprono la coda sono comunque relativamente standard per un nodosauride non polacantino, con una singola fila di spine non eccessivamente grandi per lato. La regione addominale è coperta da piccole squame simili a quelle presenti negli interstizi tra le fasce dell’armatura dorsale. L’arto anteriore desto è preservato nel fossile e presenta alcuni osteodermi lungo l’omero, l’ulna e il radio, in particolare due a forma di spina sulla parte inferiore della zampa. Per ragioni sconosciute, lo scultore PNSO ha deciso di aggiungere un terzo osteoderma. La mano, tipicamente per un nodosauro, ha cinque dita (come per tutti i dinosauri, solo le tre più interne sono fornite di artigli), mentre le zampe posteriori ne presentano quattro. Le mani hanno, correttamente, la vaga forma a ferro di cavallo aperto che tende ad essere comune nei dinosauri quadrupedi (in opposizione con una mano da elefante/rinoceronte come spesso si vede).

Il rivestimento cheratinoso degli osteodermi del fossile di Borealopelta è altamente pigmentato e gli autori suggeriscono una colorazione rossastra dovuta a feomelanina. Alcuni osteodermi, invece, presentano una pigmentazione minore, che si traduce in un pattern osservabile nell’animale in vita. Purtroppo, mentre le foto promozionali mostravano chiaramente questa differenza cromatica, non si è tradotta nel modello definitivo, il cui dorso è uniformemente marrone rossiccio – tranne che per aloni leggermente più scuri tra gli osteodermi cervicali e nella regione tra quelli cervicali e quelli toracici. Invece un’altra area che presentava una colorazione differente era la grande spina parascapolare, più chiara. Nel modello PNSO si è scelto di rappresentarla effettivamente con un grigio, ma la punta – che una fortunata frattura del fossile mostra essere costituita interamente di cheratina – è invece nera, forse in analogia con le coperture di cheratina delle corna dei mammiferi attuali.

La pellicola organica che ha permesso di ricostruire la colorazione termina, nella regione sacrale, poco oltre gli osteodermi più esterni: questo probabilmente indica che la regione ventrale era più chiara, una condizione detta countershading e visibile in molti animali attuali – dove è utile a nascondere la creatura ai predatori. Nella pubblicazione vengono sottolineate le implicazioni ecologiche del fatto che un dinosauro dalla massa stimata di 1500 kg (la stazza di un rinoceronte nero, ben oltre la soglia in cui i mammiferi terresti esibiscono countershading) avesse bisogno di una colorazione criptica, probabilmente a causa della pressione predatoria. Si può osservare anche nel modello PNSO, anche se lo stacco è forse eccessivamente netto: quest’impressione è data dal fatto che il lato inferiore manca completamente della lavatura scura presente sui fianchi e che fa risaltare i dettagli. Anche qui, una maggiore attenzione non avrebbe guastato, soprattutto a livello degli arti anteriori, dove la linea di demarcazione è praticamente dritta.
In definitiva – nonostante si potesse fare di meglio, soprattutto per quanto riguarda la colorazione – il Borealopelta PNSO rappresenta sicuramente uno dei migliori modelli di nodosauride in circolazione, e per la ventina di euro richiesta rappresenta un vero affare!
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Bibliografia:
Brown C.M.; Henderson D.M.; Vinther J.; Fletcher I.; Sistiaga A.; Herrera J.; Summons R.E. (2017) An Exceptionally Preserved Three-Dimensional Armored Dinosaur Reveals Insights into Coloration and Cretaceous Predator-Prey Dynamics Current Biology. 27: 2514–2521
Brown C. M. (2017) An exceptionally preserved armored dinosaur reveals the morphology and allometry of osteoderms and their horny epidermal coverings. PeerJ. 5: e4066