ALLOSAURUS (PNSO, 2021)

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Se consideriamo che Allosaurus è l’animale a cui Marsh ancorò la definizione stessa di Theropoda (assieme ad altri generi rivelatisi sinonimi di Allosaurus stesso) e che è uno dei dinosauri meglio conosciuti, grazie alle decine di fossili rinvenuti nella Morrison Formation, è sorprendente che ci siano voluti anni per avere una ricostruzione aggiornata di questo animale. Mentre Tyrannosaurus, Spinosaurus e Giganotosaurus vedevano anche più di un’uscita all’anno, per quelli che sembrano secoli il miglior Allosaurus facilmente reperibile sul mercato occidentale è stato il Papo, che – per quanto reso notevole da un look Metal – non è la più accurata delle ricostruzioni. Finalmente nel 2019 Safari ha pubblicato una notevole versione, opera dello scultore Doug Watson – e nel 2021 è stata la volta di PNSO.

Molti, all’uscita del modello, si sono lamentati di come non corrispondesse all’immagine che avevano di Allosaurus. Questo è dettato da due ragioni: innanzitutto, per anni non è stato conosciuto un cranio completo di Allosaurus. Le ricostruzioni nei musei erano esemplari compositi assemblati con lo stucco. Perfino Madsen, autore di un’importantissima osteologia su questo animale, si trovò a lavorare con un cranio composito mentre l’originale era in preparazione, e questo consacrò la testa corta e arcuata che molti associano ad Allosaurus. Peccato che il vero cranio, in eccellente stato di preservazione, rivelasse una storia diversa: DINO 2560 – questo era il nome dell’esemplare – era più squadrato e rettangolare, differente dalla ricostruzione classica. Per quanto molti musei abbiano aggiornato i loro montaggi, la vecchia versione è dura a morire. Finora ho parlato di Allosaurus, e probabilmente molti lettori hanno inteso che mi riferivo alla specie più conosciuta, quella nominata da Marsh nel 1888: Allosaurus fragilis. Ma esiste una seconda specie di Allosaurus, nota informalmente da almeno vent’anni ma che solo nel 2020 ha ricevuto un nome ufficiale: Allosaurus jimmadseni. Se il nome vi fa squillare qualche campanello: sì, è in onore di Madsen. A questa seconda specie appartiene quello che probabilmente è l’esemplare di Allosaurus più famoso di tutti, grazie al documentario della BBC che l’ha visto protagonista: Big Al (MOR 693).

In una risposta ad un commento su Instagram, PNSO avrebbe confermato che il modello apparterrebbe alla specie A. fragilis e si pensava quindi fosse stato modellato sulla base di DINO 2560; io, tuttavia, non mi trovo d’accordo. Al momento il cranio è l’unica parte di A. jimmadseni ad essere descritta (Chure & Loewen, 2020), ma mostra diverse apomorfie (vale a dire innovazioni anatomiche che distinguono un animale dalle forme affini): quelle che sono più evidenti una volta aggiunti i tessuti molli sono lo jugale – l’osso in corrispondenza della “guancia” – dritto (in A. fragilis forma una curva) e creste a forma di lama sui nasali. Osservando il modello PNSO, possiamo notare le stesse caratteristiche: creste che continuano fino alla punta del muso e mancanza dell’angolo dello jugale che caratterizza A. fragilis. Ho proceduto a confrontare il modello con l’illustrazione di DINO 2560 che si trova in Chure & Loewen (2020), quindi con DINO 1156 (un esemplare immaturo di Allosaurus jimmadseni) come illustrato in Chure & Loewen, 2020 e infine con uno skeletal di MOR 693 modificato da Hartman presente nello stesso paper. Si può osservare come le proporzioni del modello PNSO rassomiglino maggiormente ad A. jimmadseni che non ad A. fragilis. Una critica che era stata mossa all’attribuzione ad A. jimmadseni di questo modello era la larghezza del cranio, da alcuni ritenuta più vicino ad A.fragilis, ma confrontandolo con alcune visioni frontali di MOR 693 da, personalmente non noto una particolare differenza. Per questo, ai fini della recensione considererò il modello PNSO rappresentare A. jimmadseni.

In blu, la parte posteriore del cranio nel modello. In verde, margine del lacrimale. In rosso (solo DINO 2560) sagoma del nasale.

Il fatto che sia possibile distinguere la specie dall’osservazione del cranio testimonia con quanta fedeltà è stato scolpito. Le narici sono nella posizione corretta e piccole squame – probabilmente troppo grosse per la scala, in realtà, ma sono davvero minute e probabilmente il più piccole che lo scultore è riuscito a riprodurre – coprono la testa, ad eccezione delle creste lacrimali. Quando ho visto le prime foto le creste non mi facevano impazzire, perché – tra la colorazione e il modo in cui la scultura evidenzia il bordo inferiore della cheratina – sembravano quasi incollate lì in un secondo momento. Con il modello in mano però posso dire che dal vivo questo dettaglio è praticamente impercettibile. All’angolo della mandibola, dove è presente l’articolazione per aprire le mascelle, è presente un “grumo” di natura non specificata. Non mi è chiaro se voglia rappresentare la muscolatura, i tessuti che coprirebbero l’area o se sia lì solo per coprire l’articolazione. Anche questo è un dettaglio parecchio antiestetico in fotografia ma che dal vero non si nota più di tanto. La mascella superiore presenta il numero corretto di denti nel mascellare, mentre nel dentale ne sarebbero stati necessari un paio di più. Sono scolpiti e colorati relativamente bene, date le loro dimensioni millimetriche. Sul palato, come di tradizione per i PNSO, sono visibili le aperture coanali, inoltre il palato presenta una lavatura lucida per simulare la saliva dell’animale. Non so se si tratti di una svista del mio modello o di un errore generale, ma la lavatura è assente nella mandibola.

Una descrizione dell’anatomia postcraniale di A. jimmadseni non è ancora stata pubblicata, ma dagli skeletal realizzati da Scott Hartman non sembra si discosti in maniera macroscopica da quella di A. fragilis. MOR 693 è un Allosaurus di taglia media (lunghezza stimata: 7 metri) e con l’aumentare delle dimensioni Allosaurus si fa più massiccio, quindi è appropriato che il modello PNSO rappresenti un animale relativamente snello. Il torso è relativamente stretto e piatto, tratto comune – ma non esclusivo – degli Allosauroidea, e si presenta rettangolare quando visto di fronte, in opposizione alla sezione più rotondeggiante di Tyrannosauroidea, Megalosauridae e di altri modelli come il Papo. Lungo il dorso corre una fila di spine corneee, un trend artistico piuttosto comune nelle ricostruzioni (servono a dare all’animale un aspetto più interessante) nonostante non ci siano prove della loro presenza (strutture simili sono state rinvenute in un Diplodocidae e alcuni Hadrosauridae). La scienza è in possesso di alcune impronte di pelle attribuite ad Allosaurus, tuttavia non sono state ancora descritte (pertanto ufficialmente non esistono); il modello comunque mostra una speculazione abbastanza plausibile, con piccole squame intervallate qui e là da tubercoli più grossi (simili a quelli di Carnotaurus). Lungo lato destro del fianco e del collo la pelle forma delle pieghe, perché l’animale è voltato in questa direzione.

Gli arti anteriori sono della lunghezza appropriata, al contrario di vari modelli che continuano a perpetrare il meme di rappresentare Allosaurus con braccia molto più lunghe, a causa delle prime ricostruzioni che si avvalevano di scheletri compositi di vari esemplari. Anche se non è possibile distinguere le falangi, il rapporto tra la lunghezza delle varie dita della mano è corretto. Sul dorso delle dita sono presenti scuti simili a quelli che si trovano sul piede degli uccelli e di altri teropodi. Per quanto ne so, si tratta di un meme artistico e non ne è stata trovata prova, ma rimango disponibile per eventuali correzioni. Gli artigli probabilmente avevano dimensioni maggiori, per via della cheratina che li ricopriva (noi nei fossili non vediamo l’artiglio propriamente detto, soltanto la falange che lo sosteneva), mentre sembra che lo scultore PNSO abbia riportato la sola lunghezza dell’unguale fossile.

L’arto posteriore è robusto, come dovrebbe essere per spingere la tonnellata di peso di un Allosaurus reale: per fortuna PNSO è tra le ditte che stanno abbandonando il trend delle ricostruzioni shrinkwrapped in stile Gregory Paul. Anche qui ci sono pieghe di pelle che evidenziano il movimento dell’animale, ad esempio sul tallone sinistro (ricordo che i teropodi erano ditigradi). Lungo la caviglia potrebbero esserci degli scuti simili a quelli rinvenuti in Concavenator, ma la scultura non è delle più fini e il colore non aiuta, quindi forse semplicemente vedo quello che vorrei vedere. Non c’è dubbio, invece, sul fatto che le dita del piede abbiano la lunghezza giusta: gli Allosauroidea avevano piedi sorprendentemente piccoli. Una caratteristica dei modelli PNSO è che riportano anche l’anatomia del lato inferiore del piede, che molti altri preferiscono lasciare piatto. Dove il modello perde forse in stabilità, guadagna in realismo. Il secondo dito presenta tre falangi e il terzo quatto (ricordo che l’unguale è una falange), mentre è impossibile contarle per il quarto.

Come l’arto posteriore, la coda è opportunamente muscolosa. I più attenti saranno forse infastiditi dal fatto che – almeno nel mio esemplare – certe sezioni della coda presentino un’apparente perdita di dettaglio: nel mio caso, il quarto più anteriore, prima che inizi la sfumatura rossa. Tuttavia specifico di averci fatto caso solamente quando ho esaminato il modello ai fini della recensione, altrimenti dubito che l’avrei notato. Altre foto viste su internet presentano invece un calo di dettaglio sulla parte posteriore della coscia destra. La cloaca è presente e sembra nella posizione giusta rispetto all’ischio. Lo scultore ha deciso di non rappresentare gli scuti che si sono trovati sul lato inferiore della coda di Concavenator e, per un processo noto come inferenza filogenetica – lo stesso per cui affermiamo che Smilodon avesse la pelliccia nonostante non ne sia mai stato trovato un singolo pelo – applicabili almeno a tutti gli Allosauroidea. Non è chiaro se per dimenticanza, ignoranza o disaccordo sulla loro presenza.

Ad iniziare da Parasaurolophus, PNSO ha introdotto nelle confezioni dei suoi modelli un artwork. Quello di Allosaurus lo raffigura durante lo scontro con uno Stegosaurus, preannunciando l’uscita di una versione aggiornata di “Biber” – come effettivamente è stato. L’illustrazione si presenta piegata in otto, ma qualche giorno sotto ad un libro pesante bastano a restituirla al suo stato originario – pronta per essere incorniciata. Nella confezione era incluso anche l’ormai onnipresente stand PNSO, ma con questo modello non è particolarmente efficace e non ho ancora trovato un modo per incastrarlo adeguatamente. Appena estratto dalla confezione il modello si regge in piedi, ma bastano pochi giorni perché il suo bilanciamento si sposti e inizi a cadere sul fianco.

In tutta onestà – tra il suo prezzo non bassissimo e scelte estetiche abbastanza usuali – l’Allosaurus PNSO non mi entusiasmava eccessivamente, ma dopo aver fatto le debite ricerche per scrivere questa recensione ho finito per rivalutarlo in positivo. È una piccola gemma, sicuramente aiutata dal fatto che c’è molto materiale disponibile per Allosaurus, e sarà un perfetto compagno per lo Stegosaurus rilasciato a breve.

Bibliografia

Chure D.J., Loewen M.A. (2020) Cranial anatomy of Allosaurus jimmadseni, a new species from the lower part of the Morrison Formation (Upper Jurassic) of Western North America. PeerJ, 8, e7803. https://doi.org/10.7717/peerj.7803

Marsh O. C. (1881). Principal characters of American Jurassic dinosaurs (Part V). The American Journal of Science and Arts. 3. 21 (125): 417–423

Madsen J.H.Jr. (1976) Allosaurus fragilis: a revised osteology. Utah Geological & Mineral Survey Bulletin, 109, 1-163.

Snively E., Cotton J.R., Ridgely R., Witmer L.M. (2013) Multibody dynamics model of head and neck function in Allosaurus (Dinosauria, Theropoda). Palaeontologia Electronica Vol. 16, Issue 2; 29 pp

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